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 Giornalino OnLine :: Avvento 2008 
 
Nato da Donna :: 05  

"Ma quando venne
la pienezza del tempo,
Dio mandò suo figlio,
nato da donna,
nato sotto la legge"


Fra qualche giorno celebreremo un'altra volta la festa del Natale del Signore: le parole della lettera ai Galati esprimono in maniera stringata, ma piena di forza l'evento del Natale.

Nella pienezza del tempo, il Signore Iddio del cielo e della terra "dopo aver parlato ai padri tante volte e in diversi modi nei tempi antichi per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio" (Ebrei 1,1).

Questo Figlio viene in mezzo a noi, nella nostra storia, e fa diventare sue tutte le vicissitudini umane, quelle positive e anche quelle negative, compresa la morte.

Il messaggio del Natale, come questo breve brano di Paolo, vuole essere proprio questo annuncio: Dio sceglie di amarci fino in fondo "condividendo" la nostra storia.

Dentro a questa scelta d'amore c'è un grande insegnamento, che è il messaggio proprio del Natale: sono realmente capace di amare solo nella misura in cui sono capace di condividere, di fare mia la storia dell'altro che mi è accanto.

Alcune volte le nostre modalità di amare risentono della  logica che caratterizza molto il nostrotempo: amare significa fare qualcosa per l'altro, esprimere al meglio le nostre capacità e gestire al massimo le nostre risorse per risolvere i problemi del nostro prossimo; ci sentiamo come deigrandi che possono elargire la loro generosità ai bisognosi, rischiando di sentirci onnipotenti se l'operazione ci riesce, e di sentirci frustrati se non ci riesce.

Ma ci sono delle situazioni che provengono da vicende serie e gravi della vita degli uomini (la povertà radicale di alcune popolazioni, la mancanza di libertà di altre, la guerra, la poca stima nei confronti della vita umana, il dolore e la sofferenza, la morte) davanti alle quali anche i nostri "potenti mezzi" sono niente: che fare? Come esprimere anche qui la logica evangelica dell'amore?

È proprio Gesù che ce lo insegna: condividere, fare nostra "la gioia e la speranza, la tristezza e l'angoscia degli uomini di oggi, soprattutto dei poveri e di tutti i sofferenti" (Gaudium et spes 1) proprio come Lui ha fatto venendo nel mondo.

Gesù non ha espresso sentimenti negativi di fronte al mondo: lo ha amato, ha guardato con cuore libero e ricolmo di stupore tutto ciò che lo circondava, ha saputo gustare la vista dei "gigli del campo vestiti meglio di Salomone", inebriarsi delle "messi che già biondeggiano, pronte per la mietitura", riconoscere "il vento che sale da oriente foriero di pioggia", scorgere commosso la povera vedova che mette nel tesoro del tempio due spiccioli… Gesù assume la storia che lo riguarda e che riguarda tutti gli uomini, non reprime, non piagnucola, ma condivide, donando tutto se stesso perché la storia possa cambiare: "Entrando nel mondo Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà" (Ebrei 10,5ss).

Per questo sceglie di nascere "da donna", cioè in una famiglia normale, come tutte, di nascere "sotto la legge" quella degli Ebrei, condividendo così la vita umana e la vita religiosa degli uomini e donne del suo tempo.

Davvero possiamo fare nostre le parole di un grande teologo: "L'uomo può dirsi senza Dio, può sentirsi ateo, ma Dio non può dirsi senza l'uomo" perché Dio non è più senza l'uomo, essendo egli ormai Dio-uomo nel Figlio, in Gesù Cristo. Così a noi cristiani è chiesto di annunciare e portare il Cristo con l'eloquenza di una vita improntata a bellezza di relazioni, una vita in cui rifulge la bellezza e la luce di Cristo che sa illuminare le tenebre dell'esistenza così come ha illuminato la notte di Betlemme.

                                                                  Don Gianni

: don giuseppe print16/12/2008 - 10:37
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